Il titolo di questa edizione è “Squilibri. Restituire: la risposta conservativa del sistema“. Come vi ho anticipato, proporrò un mio percorso di rilettura di quanto ascoltato, cioè quello che io mi sto portando a casa. Ognuno di voi si sarà costruito un proprio percorso, ed è giusto così, perché i Colloqui hanno questo scopo.

Partirei proprio dal concetto di equilibrio, che peraltro è stato richiamato in uno dei primi interventi. Esistono due forme di equilibrio: quello statico e quello dinamico. Qual è la differenza? Nell’equilibrio statico le forze si contrappongono e il sistema resta immobile. Nell’equilibrio dinamico queste forze sono squilibrate e quindi il sistema, che sia un oggetto, o metaforicamente un sistema sociale, o un pensiero comincia a muoversi. E nella sua accelerazione ha una caratteristica che ne definisce il comportamento, l’inerzia, che si oppone al movimento. C’è poi un equilibrio stabile e instabile: nell’equilibrio instabile una minima perturbazione mette in movimento il sistema alla ricerca di un nuovo equilibrio, in quello stabile, se il sistema si allontana dall’equilibrio, tende a riportarsi al punto iniziale.

Come funzioniamo noi esseri viventi? Qui comincio ad avvicinarmi al primo intervento. Le teorie in ambito biologico ci dicono che l’organismo umano, come quello di tutti i sistemi viventi, è caratterizzato dall’omeostasi. Restiamo in equilibrio, un equilibrio complesso, in quanto il sistema è possiede tantissimi sistemi di retroazione, che ci mantengono in equilibrio. In realtà è un equilibrio apparente, perché invecchiamo giorno dopo giorno, ora dopo ora, lentamente. Quei circuiti di retroazione, che ci tengono in equilibrio, pian piano si degradano, fino a quando arriviamo al punto finale della nostra vita. Come si comporta questo sistema in stato di omeostasi? Per i piccoli cambiamenti (per esempio, esco all’esterno di questo edificio e trovo una temperatura di 5 gradi), il corpo umano si adatta. Se invece trovo 50 gradi sottozero, il corpo non ce la fa, perché non ha quei circuiti di retroazione che gli consentono di sopravvivere. Mantenere una condizione di equilibrio con piccoli cambiamenti ambientali è fattibile; con grandi cambiamenti non lo è più.

Venendo all’intervento di Erminia Colucci, mi viene in mente che oltre al nostro sistema biologico possiamo considerare quello psichico. E il sistema psichico, come ci ha fatto capire, è molto vulnerabile. A volte, poi, non riusciamo neanche a capire se siamo stati esposti a un trauma e come quel trauma venga poi rielaborato al nostro interno. È un aspetto su cui dovremmo riflettere, perché siamo molto sollecitati dal contesto: non serve una guerra, basta anche una lite per lasciarci una traccia e renderci reattivi rispetto a certe situazioni.

Un tema importante è quindi: come ci comportiamo a fronte di perturbazioni? Qui sono emersi diversi spunti. Il primo modo in cui ci comportiamo è quello che viene chiamato statico-allocativo: davanti a un piccolo cambiamento rispondo con un piccolo aggiustamento, ma essenzialmente non ho una modifica sostanziale del mio stato. Poi c’è il comportamento adattativo: subisco un’azione e devo adattarmi. Non ritorno allo stato di equilibrio in cui ero prima, ma mi adatto alla nuova condizione. E poi, come è emerso anche nell’intervento di Piero Chirulli, quando ha citato il proattivismo, c’è il comportamento proattivo: lo stesso soggetto diventa fonte di cambiamento verso gli altri. Non è più l’ambiente che agisce sul sistema, ma il sistema (la persona) che interviene sull’ambiente e induce una sollecitazione.

Il nonno di Erminia era essenzialmente in una situazione di comportamento adattativo: aveva subito un trauma, la guerra e la prigionia, e non era riuscito a riportarsi nella condizione iniziale, ma viveva con una forma di adattamento. Ripeteva la canzone che aveva ascoltato durante la prigionia e ciò lo aiutava a sopravvivere.

È pertanto importante comprendere che cosa avviene, ossia la realtà. Qui c’è anche una questione metodologica.

Il metodo scientifico, per esaminare la realtà, ha i suoi presupposti: deve semplificarla, e per questo si parla di riduzionismo. Riduce la realtà, la semplifica, espelle una serie di elementi di incertezza e alla fine ciò consente l’utilizzo di modelli e equazioni. Se voglio far decollare un razzo ho l’equazione della spinta, e l’equazione della spinta è quella. Poi, nella realtà, e qui torna il problema, quel razzo potrà decollare? Ni, perché ci saranno tutte le altre variabili che ho espulso dal modello e che dovrò riconsiderare facendo tanta sperimentazione e correggendo il modello. Dall’altro lato, se voglio avvicinarmi alla realtà, il metodo delle scienze sociali è quello che ci porta più vicini. Anche il metodo delle scienze sociali, però, ha un problema: si porta dietro spesso la soggettività, perché analizzo e studio un caso con alcune categorie che, per quanto condivise dalla comunità scientifica, sono selezionate in qualche modo da me e ciò introduce un grado di soggettività.

Altro tema importante emerso è quello delle forze che generano il cambiamento e delle forze che provano a riequilibrare? È un tema emerso in vari interventi: Karima Moual, Luca Pardi, Pasquale Steduto. Parto dall’intervento di Karima, che ha posto un problema che dobbiamo sempre porci. Spesso di un cambiamento vediamo l’effetto, ma dobbiamo capire anche quali ne sono le cause: perché c’è stata l’emigrazione e quindi poi, ovviamente, come gestirla. Porsi il tema delle forze che hanno generato lo squilibrio è estremamente interessante. Lo stesso vale per quanto discusso con Pardi sui flussi migratori: dove vanno queste persone, perché in certi luoghi e non in altri. Anche questo è un tema importante, perché dobbiamo cercare di capire quali forze stanno determinando il cambiamento. Ciò è molto importante sul fronte dell’energia e dell’acqua, che sono risorse primarie: l’umanità sta inducendo una serie di cambiamenti e le risorse, a loro volta, reagiscono a questi cambiamenti con le proprie caratteristiche fisiche e tecniche.

C’è poi un’altra questione quando tento di identificare queste forze. Qui il problema è come rappresento la realtà. È un tema tornato in vari interventi: servono i dati per rappresentare la realtà. Verissimo. Solo che sappiamo che i dati sono sempre incompleti nel rappresentare la realtà, e quindi non riusciremo mai a comprenderla attraverso i soli dati. È una questione molto difficile da spiegare, soprattutto agli ingegneri, quando si parla di sistemi sociali. È importante però essere consapevoli che i dati non sono tutto. Sono sicuramente necessari perché creano una base intersoggettiva per discutere, ed è per questo che la comunità scientifica li adotta, ma non sono la realtà. E di nuovo c’è la narrazione, emersa in vari momenti come possibile soluzione: è vero che la narrazione cattura la complessità, ma, come vi ho già detto, porta con sé la soggettività e quindi i suoi pericoli.

Devo confessarvi che è sempre difficile capire come rappresentare la realtà nel miglior modo possibile, soprattutto in presenza dei cambiamenti che osserviamo ai nostri tempi.

Mi viene però in mente un esempio storico; di fronte all’emersione di forme di assolutismo, le rivoluzioni hanno portato all’Illuminismo, al secolo dei lumi, della ragione. Sono quindi incline a pensare che, in un periodo in cui sembrano riemergere poteri estremamente forti, la ragione sia sempre un’ancora di salvezza per l’umanità. Ma bisogna anche ricordare che all’Impero Romano si è contrapposta la grande risposta sociale del cristianesimo. Abbiamo quindi una speranza, alcune vie di uscita.

Altra questione emersa è quella relativa ai tipi di risposta? Nel titolo si parla di risposta conservativa.  Rispondiamo a piccoli cambiamenti con piccoli aggiustamenti, e in una situazione di questo tipo la risposta è quasi conservativa. Di fronte a grandi perturbazioni e quindi a grandi cambiamenti, si manifestano risposte dissipative, cioè dobbiamo dissipare energia.

Da questa prospettiva è emerso un altro problema: abbiamo le risorse per governare i grandi cambiamenti geopolitici ed ambientali?

Alla fine, l’umanità, se vuole, le risorse le trova. La questione è: per che cosa? A cosa dobbiamo destinarle? Questo tema è stato presente in tutti gli interventi. Provo a trarre una mia sintesi.

La prima destinazione è costruire una contro-narrazione rispetto alle narrazioni che sono false. Ciò consente di rendere possibile il confronto.

Una seconda destinazione è che, di fronte ad una grande concentrazione di potere responsabile di un cambiamento, servirà un coordinamento delle forze antagoniste. Harari parlava dei miti quale strumento di coordinamento. Noi dobbiamo pensare a forme di coordinamento, per esempio, attraverso le tecnologie digitali. Ma qui la strada è complessa. Altre culture potrebbero venirci in aiuto. Se esaminate i concetti a cui si è ispirata la politica di Xi Jinping dal 2014 a oggi, ne trovate vari. Ne cito uno: i cinesi parlano di tianxia. Il tianxia è l’accettazione della diversità e l’inviluppo della diversità. Ci sono quindi culture nel mondo che, almeno a parole, si aprono all’accettazione del diverso. E questo potrebbe essere un elemento che ci dà speranza.

Le risorse andranno destinate anche alla cultura che vive un momento difficile.

Occorre anche ricostruire la fiducia nelle istituzioni internazionali e nelle relazioni istituzionali. È ovviamente un mio pensiero, ma lo vedo ancora possibile.

Come vedo molto importante l’azione individuale indicata anche da Karima Moual. Alla fine, siamo chiamati all’azione personale e responsabile.

E qui mi è venuto in mente un libro, con cui chiudo. È un libro che ci riporta, e mi auguro che non sia così, a tempi prebellici: “L’uomo senza qualità” di Musil. Musil introduce nel libro il personaggio di un vecchio professore che ripeteva continuamente una sua convinzione: “Chi vuole passare attraverso una porta aperta deve ricordarsi che gli stipiti sono duri”. Cosa voleva dire il vecchio professore? Che una porta aperta può essere attraversata. Però occorre ricordarsi della realtà, rappresentata dagli stipiti. Puoi sperare di fare qualcosa, ma devi ricordarti che poi c’è la realtà fatta dagli stipiti che sono duri e possono fare male.

Che cosa rappresenta tutto questo? Musil ci costruisce attorno la riflessione sul senso del reale e sul senso del possibile. E noi probabilmente siamo oggi in quel dramma che Musil rappresentava ne “L’uomo senza qualità”: il dramma di dover capire qual è il senso del reale e qual è il senso del possibile. Musil considera il vecchio professore la rappresentazione del senso del reale: se passi attraverso la porta aperta, gli stipiti sono duri, ti puoi fare male. Puoi anche sperare di fare qualcosa, ma la realtà è lì che ti aspetta. È evidente che Musil guarda con interesse al senso della possibilità, cioè all’idea che dobbiamo comunque provare a passare attraverso una porta aperta. Musil parla anche delle persone nervose. Sono quelle che si agitano, perché sono insoddisfatte della realtà e capiscono che altre situazioni sono possibili. Noi dobbiamo essere quelli che credono ancora nel possibile e che provano ad attraversare la porta.